Anche i giornalisti del New York Times nel loro snobismo s’incazzano

Non si era mai visto che i redattori del New York Times meditassero di assaltare l’ufficio del proprio editore, Arthur Sulzberger, ma l’austerità tira fuori gli istinti peggiori e così, quando è stato annunciato – con una sola settimana di preavviso – che i benefici pensionistici dei corrispondenti all’estero sarebbero stati congelati, si è scatenata la rivoluzione (dopo un anno come questo, per un giornale cosmopolita come quello, c’era solo l’imbarazzo dell’ispirazione: più piazza araba o più Occupy Nyt?).
16 AGO 20
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Non si era mai visto che i redattori del New York Times meditassero di assaltare l’ufficio del proprio editore, Arthur Sulzberger, ma l’austerità tira fuori gli istinti peggiori e così, quando è stato annunciato – con una sola settimana di preavviso – che i benefici pensionistici dei corrispondenti all’estero sarebbero stati congelati, si è scatenata la rivoluzione (dopo un anno come questo, per un giornale cosmopolita come quello, c’era solo l’imbarazzo dell’ispirazione: più piazza araba o più Occupy Nyt?). A dire il vero l’austerità non è una novità, i licenziamenti e i tagli agli stipendi vanno avanti da tempo, ma il nervosismo dei giornalisti, la fuga di alcuni di loro (come Frank Rich, approdato al New York Magazine) e la vendita, due giorni fa, del pacchetto dei quotidiani locali all’Halifax Media Holdings (per un ricavo di 143 milioni di dollari) hanno aumentato l’agitazione. “L’operazione ci permetterà di continuare sulla strada della digitalizzazione”, ha detto, con intenti rassicuranti, Sulzberger, senza però convincere i redattori. Che si sono anzi indignati ancor di più quando hanno scoperto che Janet Robinson, amministratore delegato in uscita, incasserà tutto quel che le spetta: 10,9 milioni di dollari di benefit pensionistici e 4,5 milioni per una consulenza annuale. Totale: 15 milioni.
I sindacati hanno scritto a Sulzberger una lettera aperta in cui gli chiedono di rivedere il drastico piano di tagli che coinvolgerà gli uffici all’estero e in cui gli ricordano che spesso chi lavora oltreconfine rischia la vita (accennano anche ai “due giornalisti morti” nell’adempimento del dovere lontano da casa, in Iraq). La lettera è stata sottoscritta da più di 350 dipendenti, alcuni dei quali – scrive l’Huffington Post, che ha trattato tutta la faccenda con un incontenibile tono di rivalsa – chiedevano di occupare gli uffici del management con cartelli, e altri si limitavano a proporre uno sciopero. Annunciare un piano lacrime e sangue e contemporaneamente diffondere i dettagli della buonuscita della Robinson non sembra essere stata una mossa intelligente, anche perché l’amministratore delegato uscente non ha un curriculum brillante: nei suoi sette anni di mandato, il titolo del quotidiano ha ceduto a Wall Street l’80 per cento del suo valore, di cui il 25 per cento solo negli ultimi dodici mesi.
All’austerità poi si è aggiunta la beffa, perché quando la sorte si accanisce è come con Lady Spread: non ci puoi fare niente, devi aspettare che s’invaghisca di un altro. Così mercoledì tutti gli abbonati si sono visti recapitare una email in cui li si pregava di riconsiderare la decisione di cancellare la sottoscrizione al giornale. Il messaggio era pensato per chi non aveva rinnovato l’abbonamento, ma è stato per errore mandato anche a chi, ligio, aveva rinnovato la sua fedeltà pur in tempi tanto difficili. Il peggio, però, è arrivato quando un messaggio twitter lanciato dall’account del New York Times ha invitato tutti i lettori a lasciar perdere quella email, visto che non era mai stata spedita dagli uffici creati da Renzo Piano. Tutti a controllare la carta di credito, a capire cosa fosse successo, un altro attacco degli hacker?, chissà. Un’email di spiegazione ha chiuso la giornata d’ansia (con scherni internettiani molto divertenti): la prima missiva, quella che implorava di non cancellare l’abbonamento, l’aveva spedita il New York Times. Senza saperlo.